Articoli scientifici
Trattare l'osteoporosi riduce anche la mortalità
20/04/2010
Rilanciamo un articolo tratto da “Corriere Salute” online.
Uno studio di metanalisi realizzato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Auckland, in Nuova Zelanda, evidenzierebbe nelle persone trattate farmacologicamente per l’osteoporosi una riduzione di mortalità di circa il dieci per cento rispetto a quelle non sottoposte a trattamento. Non sono ancora però del tutto chiari i meccanismi attraverso i quali il trattamento riduce la mortalità e, in quanto all’atteggiamento prescrittivo, i medici dovrebbero sempre valutare caso per caso, alla luce delle migliori evidenze scientifiche disponibili.
MILANO - Il trattamento dell’osteoporosi può ridurre non solo il rischio di fratture vertebrali o di altre ossa, ma anche la mortalità. È questo il risultato di uno studio realizzato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Auckland, in Nuova Zelanda, guidato da Mark Bolland. Lo studio in questione è una metanalisi, ossia una rielaborazione statistica dei dati provenienti da una serie di trial randomizzati e controllati che risultavano avere caratteristiche molto simili tra loro. Le metanalisi servono proprio a estrarre risultati di validità più generale rispetto agli studi clinici che sono in quel momento disponibili. In particolare, il gruppo di ricercatori guidato da Mark Bolland ha scoperto che la riduzione di mortalità fra le persone trattate farmacologicamente per l’osteoporosi, rispetto a quelle che non vengono trattate, risulta essere di circa il dieci per cento. I tipi di farmaci presi in esame dai trial randomizzati e controllati entrati nella metanalisi sono l’alendronato, il risedronato, l’acido zaledronico, la teriparatide, l’acido ranelico, il denosumab, il clodronato, purché utilizzati alle dosi approvate.
RIDUZIONE DEL RISCHIO-FRATTURA - Finora non si avevano dati su come si modifica la mortalità quando una persona riceve un trattamento per l’osteoporosi. Tuttavia, studi precedenti indicavano che chi ha avuto una frattura associata all’osteoporosi ha un rischio aumentato di morire negli anni immediatamente successivi, probabilmente perché la frattura segnala l’esistenza di una pericolosa condizione di fragilità. Secondo i ricercatori neozelandesi, non sono ancora però del tutto chiari i meccanismi attraverso i quali il trattamento riduce la mortalità. Probabilmente ciò avviene a causa della riduzione di rischio di ulteriori fratture, ma potrebbero entrare in gioco altri meccanismi completamente diversi. Ad esempio per i bifosfonati, come l’alendronato e il clodronato, la riduzione della mortalità potrebbe derivare dal fatto che hanno un effetto di protezione cardiovascolare simile a quello delle statine. Nel valutare i risultati di questo studio va comunque tenuto presente che uno degli autori, Ian Reid, ha dichiarato di avere un conflitto d’interesse per aver ricevuto fondi per ricerca e per conferenze da diverse industrie farmaceutiche. Gli altri non hanno invece dichiarato conflitti d’interesse.
PRESCRIZIONE APPROPRIATA - Dice a proposito di questo studio il dottor Roberto Iovine, primario di Fisiatria dell’Azienda Usl di Bologna: «Lo studio riporta i risultati di una metanalisi interessante e ben fatta, che suggerisce un possibile effetto di riduzione della mortalità attraverso il trattamento farmacologico dell'osteoporosi, soprattutto nelle pazienti più anziane e più fragili, probabilmente per un'azione legata all'aumento delle loro capacità di risposta alle patologie intercorrenti. Questo dato rinforza la convinzione che il trattamento farmacologico debba essere proposto a quelle pazienti che sommano più fattori di rischio per frattura (età avanzata, fumo, eccessiva magrezza, fattori genetici, pregresse fratture o densitometria francamente patologica, ridotta forza degli arti inferiori). Il problema di riuscire a capire meglio quali sono le donne che possono veramente giovarsi del trattamento farmacologico dell'osteoporosi è così importante, che proprio nel reparto che dirigo sta per iniziare uno studio che ha l'obiettivo di verificare l'appropriatezza prescrittiva del trattamento contro l'osteoporosi in un campione di donne degenti in ospedale per varie cause. Infatti, abbiamo il sospetto che di questi farmaci si faccia un uso non sempre coerente con le indicazioni della letteratura scientifica più affidabile. E va forse anche detto che quando i risultati di una ricerca come questa passano dalle riviste scientifiche ai giornali c'è sempre un po' il pericolo che si generino aspettative non giustificate, oltre che un aumento della pressione sul medico perché prescriva. La realtà clinica è più complessa e credo che i medici debbano sempre valutare caso per caso, alla luce della migliore letteratura scientifica disponibile».
Danilo di Diodoro




