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Osteoporosi, le cause chiarite da un volo spaziale


23/04/2009

Rilanciamo un articolo tratto da “Corriere Salute” online.
 
L’articolo riporta i risultati di un’interessante studio italiano, condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Bari e pubblicato sulla rivista scientifica “FASEB Journal”. Alcune cellule di osso spedite in orbita hanno rivelato che, in assenza di gravità, gli osteoclasti – cellule responsabili della distruzione ossea - si attivano e lavorano in misura maggiore. Il che, oltre a spiegare l’atrofia muscolare e l’osteoporosi degli astronauti al rientro dallo spazio, è un invito a svolgere attività fisica per evitare che il nostro scheletro, non usato, si deteriori. ​

Sono salite a bordo di un razzo russo senza equipaggio, nel 2007, e sono rimaste in orbita appena dodici giorni. Alcune cellule di osso, spedite nello spazio da un gruppo di ricercatori italiani, in questo breve arco di tempo fra le stelle sono riuscite a far chiarezza su una delle cause dell'osteoporosi. In assenza di gravità gli esperimenti hanno permesso di capire per la prima volta che gli osteoclasti, le cellule che distruggono l'osso, si attivano e lavorano di più se non si esercita resistenza sullo scheletro. Cosa che succede agli astronauti nello spazio, ma anche a chi sulla Terra non si muove abbastanza e non “usa” le sue ossa.

STUDIO ITALIANO – La ricerca, a cui di certo non manca l'originalità, porta la firma di un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Anatomia dell'università di Bari ed è appena uscita su FASEB Journal. Il cui direttore, Gerald Weissmann, è esplicito nel sottolineare l'importanza della scoperta: «Lo studio definisce la ragione per cui il nostro scheletro si deteriora se non è usato. Come nel caso dell'intelligenza, la perdita di osso è un caso di ”usala o perdila”». Chiarissimo anche il razionale dell'esperimento: «Abbiamo cercato di rispondere a una domanda semplice ma non banale: gli osteoclasti, in assenza di gravità, lavorano di più o di meno?», racconta la coordinatrice del progetto, Alberta Zallone. Si è scelto di andare nello spazio perché è noto che dopo una passeggiata fra le stelle gli astronauti tornano con atrofia muscolare e osteoporosi (entrambe assieme, mai soltanto una delle due). Lo spazio è sembrato perciò il posto ideale per gli studi sulla degradazione dell'osso: «Capire cosa avviene nello spazio alle cellule ossee significa sfruttare un modello semplificato: in orbita si manifestano in maniera accelerata le stesse problematiche che compaiono sulla Terra nelle persone in là con gli anni, quando la massa ossea comincia a calare – spiega Zallone –. Là però tutto accade più velocemente e soprattutto non ci sono influenze di altro tipo dovute all'invecchiamento o all'assetto ormonale: abbiamo potuto studiare esattamente il ruolo delle forze meccaniche che agiscono sull'osso nella funzione degli osteoclasti».

CELLULE NON «STUPIDE» – Queste cellule, che la Zallone è stata fra i primi a isolare e studiare già negli anni '80, sono da alcuni considerate cellule «stupide»: fino a oggi si credeva che l'unico attore in gioco nel mantenimento del tessuto osseo fosse l'osteoblasto, la cellula che forma l'osso e che, rispondendo a stimoli metabolici ed endocrini, dà anche segnali all'osteoclasto per distruggere l'osso stesso. In altri termini, pareva proprio che l'osteoclasto fosse l'unico sulla scena a cantarsela e suonarsela, decidendo se costruire osso od ordinare piuttosto all'osteoclasto di demolirlo. «I nostri esperimenti dimostrano in maniera inequivocabile che non è così: l'osteoclasto risponde autonomamente alla mancanza di carico meccanico – dice la ricercatrice –. Se non c'è gravità o non si fa lavorare lo scheletro, la cellula reagisce sviluppandosi e attivandosi di più, distruggendo perciò una maggior quantità di osso». Il dato è emerso dal confronto delle cellule “astronaute” con altrettante cellule, identiche, rimaste sulla Terra. E ha un corollario pratico abbastanza scontato: chi non si muove abbastanza mette una seria ipoteca sulla salute delle proprie ossa. «Ma questa sarebbe la scoperta dell'acqua calda: si sa già e non è il messaggio più importante che emerge dal nostro studio – prosegue Zallone –. I nostri risultati dimostrano che trattare l'osteoporosi solo con farmaci che stimolano la formazione d'osso non è la strada giusta: in assenza di carico, ovvero di esercizio sufficiente, bisogna anche bloccare in qualche modo le cellule che distruggono il tessuto osseo. Inoltre per la prima volta si è dimostrato che gli osteoclasti, che pensavamo “inerti” di fronte agli stimoli esterni, rispondono invece al carico meccanico, attivandosi». Tutti i dettagli del progetto si possono leggere in rete, al sito www.osmalab.it.

Elena Meli

Fonti:
Tamma R et al. Microgravity during spaceflight directly affects in vitro osteoclastogenesis and bone resorption. FASEB J. 2009 Mar 27. [Epub ahead of print] ​