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Sotto pressione: adolescenti, disoccupati o pazienti "spaventati"


11/09/2011

Rilanciamo un articolo tratto da “Corriere Salute” online.

Uno studio britannico, condotto su una coorte di oltre 30.000 persone, ha fatto emergere alcune relazioni tra l’incremento dei valori pressori ed alcune situazioni/fasi della vita. L’adolescenza, il range d’età 40-60 anni, la disoccupazione, un basso  status socio-economico, il trasferimento dalla campagna in città, la vista del medico sono tutti momenti a rischio.

MILANO - Avreste mai pensato che il momento della vita in cui la pressione del sangue sale con maggior velocità è l'adolescenza? O che essere disoccupati e vivere in città la faccia sensibilmente aumentare? Queste e altre informazioni sull'andamento della pressione arteriosa nell'arco della vita e sugli elementi che più ne influenzano le variazioni arrivano da una ricerca inglese pubblicata sulla rivista PloS Medicine, per la quale sono stati passati al setaccio i dati di oltre 30mila persone fra i 7 e gli oltre 80 anni, per un totale di più di 100mila misurazioni. Il risultato è un “curva” che indica come e quando cambia mediamente la pressione arteriosa.

CONOSCERE I MOMENTI A RISCHIO - «Conoscere i momenti più “a rischio” durante la vita è utile per spronare le persone a misurare la pressione un po' più spesso, se non altro almeno in questi periodi – commenta Gianfranco Parati, direttore della Divisione di Cardiologia all’Auxologico di Milano e docente di medicina interna all’università di Milano-Bicocca –. Tantissimi non hanno idea dei propri valori di pressione: misurarla un po' di più quando tende a salire con maggior velocità sarebbe già qualcosa». La prima impennata arriva da giovanissimi, durante l'adolescenza: perché? «In questo caso si tratta di un fenomeno fisiologico, legato all'accrescimento della massa corporea – risponde Parati –. Detto ciò, l'80 per cento dei ragazzi non sa neanche che cosa sia la pressione arteriosa, per cui sarebbe più che opportuno se fin da giovanissimi si cominciasse a conoscerla e a misurarla». In questo periodo però è difficile che si parli di ipertensione vera e propria, a parte i casi (purtroppo in aumento) di ragazzini obesi. Le cose invece cambiano al successivo “scatto in avanti” della pressione: dopo un periodo, fra i 20 e i 40 anni, in cui i valori crescono con lentezza perché probabilmente l'organismo è in grado di compensare piccoli disturbi dei vasi o un progressivo indurimento delle arterie, la pressione tende a schizzare verso l'alto velocemente fra i 40 e i 60 anni.

MEGLIO MISURARLA SPESSO - A questo punto è il caso di misurarla abbastanza spesso, perché proprio con questa accelerazione viene superata in media la soglia dei 120-130 mmHg considerata ottimale; i dati raccolti dagli inglesi, quindi, mostrano una successiva riduzione nella tendenza a salire dei valori di pressione, in parte forse dovuta al fatto che molti, con gli anni, iniziano terapie antipertensive. «Le eventuali cure mediche sono solo uno dei diversi fattori che possono “confondere” i risultati di uno studio come questo: l'accuratezza delle misure cambia con l'età e con il metodo scelto, la presenza di eventuali altre patologie può alterare la curva di pressione, così come può farlo una maggiore o minore sensibilità al sodio, determinata geneticamente – considera Parati –. Questo significa che le “traiettorie” disegnate dagli inglesi sono interessanti, ma non è detto che le cose vadano così sempre e a chiunque. Ci sono però certamente punti fermi importanti, come l'incremento consistente in adolescenza o a cavallo della mezza età, o ancora l'accelerata considerevole che si osserva nelle donne in menopausa, quando cambia il metabolismo e soprattutto la sensibilità al sodio».

L'ALTRA RICERCA - L'andamento della pressione nell'arco della vita è infatti un po' diverso a seconda del sesso e cambia anche a seconda di che cosa ci capita: i disoccupati ad esempio, forse perché ancora più stressati di chi un impiego bene o male ce l'ha, hanno una pressione mediamente un po' più alta rispetto a chi lavora. Un fatto indirettamente confermato da una ricerca svedese uscita sul Journal of Epidemiology and Community Health, condotta su 12mila gemelli nati fra il 1926 e il 1958, secondo cui occupare un basso gradino della scala sociale aumenta di oltre il 40 per cento il rischio di ipertensione, mentre salire “l'ascensore” sociale facendo carriera riduce il pericolo del 20 per cento. I dati svedesi aggiungono che la probabilità di ritrovarsi con la pressione alta sale anche se si aveva un basso peso alla nascita e se poi durante l'età adulta si ha qualche chilo di troppo, non si è molto alti (probabilmente per la statura conta un mix di fattori genetici e nutrizionali) e si tende a bere senza moderazione. Tutti elementi che delineano il profilo di chi ha la maggior probabilità di essere iperteso: in chi ci si riconosce, sperano i ricercatori, dovrebbe scattare l'idea di dare un'occhiata frequente alla pressione. «Cosa che dovrebbe fare anche chi si trasferisce in città dalla campagna – aggiunge Parati –. Come confermano i dati raccolti dagli esperti inglesi, il trasloco in un ambiente urbano fa crescere la pressione e chi vive in città ha valori mediamente un po' più alti». Sarà colpa del traffico o della vita stressata, non è ben chiaro; ma se si abita in una metropoli conviene misurare la pressione abbastanza spesso.

L'EFFETTO CAMICE BIANCO - Infine, fidarsi solo dei valori che misura il medico nel suo studio a volte non basta. Perché esiste il ben noto effetto “camice bianco”: la sola vista del dottore basta a far alzare la pressione, in alcuni casi. Ora una ricerca italiana conferma che per avere dati attendibili e soprattutto utili alla gestione del paziente conviene fare una misurazione della pressione nell'arco delle 24 ore o comunque fare qualche test a casa, specialmente se l'iperteso ha problemi renali. Lo studio, pubblicato sugli Archives of Internal Medicine, è stato condotto da ricercatori delle Divisioni di nefrologia della Seconda Università e dell'Università Federico II di Napoli che hanno coinvolto oltre 400 pazienti con insufficienza renale cronica non ancora in dialisi. I medici hanno cercato di capire se misurare la pressione a casa, di giorno e di notte, potesse dare indicazioni migliori sull'andamento della malattia renale rispetto alle valutazioni standard, nell'ambulatorio del medico. La risposta è indubbiamente sì: «La misurazione della pressione a casa, e in particolare i valori che si registrano la notte, è molto più indicativa della prognosi del paziente e permette di prevedere con maggior accuratezza il rischio di andare incontro a un'insufficienza cronica grave o a un evento cardiovascolare – spiegano Roberto Minutolo e Luca De Nicola, coordinatori dello studio –. Le misure fatte in ambulatorio, invece, non danno alcuna indicazione in questo senso». Questi dati confermano studi precedenti secondo cui la pressione misurata a casa è l'indicatore più preciso del rischio di mortalità e pure le linee guida della Società Italiana dell'Ipertensione Arteriosa sottolineano l'importanza dell'automonitoraggio, perché dà informazioni dettagliate sulla pressione “reale” di tutti i giorni e coinvolge i pazienti nelle terapie, migliorando l'aderenza alle cure. È sempre il medico però che deve indicare a ognuno quando e come sottoporsi ai test: il fai da te può essere pericoloso, perché gli ansiosi possono finire per essere ossessionati dalle misurazioni e i più spericolati aver la tentazione di iniziare o modificare le cure da soli

 

Elena Meli

 

Wills AK, Lawlor DA, Matthews FE, Sayer AA, Bakra E, Ben-Shlomo Y, Benzeval M, Brunner E, Cooper R, Kivimaki M, Kuh D, Muniz-Terrera G, Hardy R. Life course trajectories of systolic blood pressure using longitudinal data from eight UK cohorts. PLoS Med. 2011 Jun;8(6):e1000440. Epub 2011 Jun 14. PubMed PMID: 21695075; PubMed Central PMCID: PMC3114857.