Articoli divulgativi
Un calcio al pallone contro il disagio psichico
24/06/2010
Rilanciamo un articolo tratto da “Corriere Salute” online. Un’iniziativa pioneristica per la riabilitazione nei centri di salute mentale.
ROMA - «In fin dei conti il calcio è fantasia, un cartone animato per adulti». Lo diceva con ironia e disincanto Osvaldo Soriano, calciatore prima e romanziere poi tra i più famosi dell’America latina. E se è la fantasia e la creatività a far correre un pallone sul campo, quel pallone può trasformarsi anche in un formidabile strumento di guarigione. Deve essere stata questa l’idea che ha mosso Mauro Raffaelli, psichiatra del Dipartimento salute mentale della Asl Roma A, a lasciare da parte i farmaci antidepressivi e sperimentare per i suoi pazienti una terapia nuova e insolita: giocare a calcio. Ne è nata una vera squadra, «Il Gabbiano», la prima al mondo ad attuare la «calcioterapia» a fini psichiatrici. I giocatori del «Gabbiano», squadra campione d’Italia nel torneo dei dipartimenti di salute mentale, sono stati anche i protagonisti del film-documentario «Matti per il calcio», realizzato da Volfango De Biasi e Francesco Trento: una storia che parla di calcio vero che riabilita e include, che crea un gruppo e lo rafforza; una storia di vicende personali difficili e drammatiche, ma anche di amicizia e condivisione. Come il protagonista del libro da cui la squadra prende il nome, «Il gabbiano Jonathan Livingston», i calciatori della squadra si impegnano a spiccare il volo, mettendo in conto sacrifici, fatica e rispetto vero delle regole. Un impegno che da anni porta i suoi frutti, sia sui campi di calcio sia nella vita dei pazienti. Oltre la metà di loro, infatti, ha diradato sempre più i controlli, ha dimezzato le dosi dei farmaci e riesce a condurre una vita normale all’interno della famiglia.
LA POLISPORTIVA - Come Luca, vice presidente della polisportiva «Il Gabbiano», formata da utenti, operatori, famiglie e volontari: «Sono arrivato al Dsm per una forte depressione, avevo trent’anni – racconta – un infermiere appassionato di calcio mi ha coinvolto negli allenamenti della squadra e da lì è iniziata la mia risalita. È stato un processo graduale, non senza difficoltà, ma quello che conta è che sono riuscito a riattivare la mia volontà e le mie capacità. Oggi ho un lavoro, ho una famiglia, studio Scienze motorie e sono vicepresidente della polisportiva. Qui da noi si gioca lo sport vero, non quello truccato. C’è gente che si ammala per vincere i campionati, noi invece con il pallone riprendiamo in mano la nostra vita». Responsabile delle attività riabilitative territoriali del Dsm della Asl Roma A, lo psichiatra Mauro Raffaelli, fondatore della squadra, non si stanca di ripetere da anni lo stesso concetto: «bisogna stare con la gente, tra la gente, in mezzo alla gente». L’indimenticata lezione basagliana che torna sempre viva e che si adatta alle più varie e complesse forme di disagio psichico. «Anche le mura dei centri di salute mentale possono portare, con il tempo, alla cronicizzazione, costruire stereotipi e rigidità – spiega Raffaelli – il problema attuale della psichiatria è quello della deistituzionalizzazione. Le risposte al disagio psichico vanno cercate sul territorio, in attività che abbattano lo stigma sociale, creando integrazione e meccanismi virtuosi. Il calcio è uno strumento eccezionale, così come lo sport in genere». Ma perché proprio il calcio e non i laboratori di ceramica o i corsi professionali per imparare un mestiere? «Il calcio è un po’ la sintesi di tutto – insiste lo psichiatra – è divertimento, è far gruppo, è condivisione, ma anche leggerezza, fantasia, autoironia. I laboratori vanno anche bene, ma i ragazzi preferiscono star fuori all’aria aperta. Le polisportive potrebbero diventare strutture alternative ai centri diurni: non è una provocazione, ma un’affermazione basata sull’esperienza e sui risultati che in questi anni abbiamo toccato con mano».
AL CSI UNA COMMISSIONE AD HOC - E quanto sia importante lo sport nell’arginare il disagio, Mauro Raffaelli lo testimonia continuamente nella sua attività: è sua, infatti, l’idea di far nascere nell’ambito del Csi (Centro sportivo italiano) la commissione «Sport e marginalità» che ha redatto e diffuso la Carta dei valori vincenti, manifesto etico e programmatico di come grazie allo sport si possa «produrre salute mentale, recuperando se stessi come parte di una comunità più ampia». La Coppa del Sorriso è il primo progetto della Commissione del Csi di Roma. Si tratta di un torneo di calcio a 5 (disputato nei mesi di aprile e maggio) per atleti disabili, ma non solo. Gli sportivi sono stati protagonisti di un vero campionato, con tanto di arbitri qualificati, giornalisti veri, classifiche aggiornate e commenti delle partite. E nel «terzo tempo», tutti a far baldoria al bar, squadre vincenti e perdenti, famiglie e amici, «un momento questo – spiega Raffaelli – forse più importante del primo e secondo tempo delle partite, perché è qui che si disputa la sfida vera della condivisione».
UN PROGETTO IN ARGENTINA - L’esperienza pionieristica del Gabbiano ha travalicato i confini italiani. È stata presa a modello in Paesi come il Giappone e l’Argentina. E proprio in Argentina è partito un progetto di cooperazione internazionale promosso dall’Anpi (Associazione nazionale polisportive italiane), mirato a portare fuori dai manicomi (ancora esistenti in molti paesi dell’America Latina) i pazienti e farli «incontrare» con la realtà esterna attraverso lo sport. «Tra gli addetti ai lavori non è stato facile far accettare il valore terapeutico del calcio – sottolinea Raffaelli – nella psichiatria è ancora forte la tentazione di scorciatoie fatte solo di farmaci e strutture chiuse. Ma dopo l’inizio della nostra attività, i risultati sono stati così evidenti che anche la Società italiana di Epidemiologia psichiatrica ha deciso di mettere mano a uno studio mirato, analizzando e valutando i dati del nostro lavoro». «Una cosa è certa – conclude lo psichiatra – c’è una grande differenza tra chi lotta da solo con il proprio malessere e chi lotta in una squadra che, al fischio di inizio della partita, si butta alle spalle i problemi personali e si mette in gioco per raggiungere un obiettivo comune. In fondo, è questo il senso vero della riabilitazione».
Mariateresa Marino




