Recensione libri
La mia Birmania, Aung San Suu Kyi, traduzione di Alessandra Petrelli, Corbaccio, 2008
03/04/2009
Una donna e la sua battaglia per la difesa della libertà e del suo Paese
Un uomo e una donna a confronto in un interessante libero fluire di pensieri, ideali, speranze, aspettative, mete. Un giornalista e scrittore, Alan Clemens (l’intervistatore), primo americano a diventare monaco buddista e Aung San Suu Kyi (l’intervistata), Premio Nobel per la pace nel 1991. Ciò che li accomuna è l’amore per un Paese, la Birmania: per l’uno terra di adozione per alcuni anni, per l’altra terra di origine che la tiene da 13 anni prigioniera. Ciò che rende unico questo colloquio è la loro filosofia di vita, la spiritualità - o meglio “la rivoluzione dello spirito” -, che predica coerentemente la non violenza e la compassione. La storia di un popolo, di una nazione, attraverso la voce di una donna, solo in apparenza fragile, che ne dipinge i lati più sereni: le feste della tradizione, gli usi e i costumi più significativi, il pensiero di artisti, intellettuali, uomini di cultura che hanno sempre lottato e sostenuto la democrazia. Dall’altro, gli aspetti più bui: le condizioni di miseria della popolazione, la precaria assistenza sanitaria, l’istruzione negata. In questo quadro, Aung San Suu Kyi, per il suo popolo, si eleva a baluardo di speranza, di amore di patria e di pace. Sorprende l’energia, affascina la statura morale, polarizza il pensiero di questa donna esile, dal profilo minuto, da molti conosciuta solo attraverso i media o i giornali. La sua è una vita da “reclusa forzata”, costretta agli arresti domiciliari in una casa senza energia e telefono. Tagliata fuori dal mondo ma presente e attiva per cambiare la Storia del suo popolo, ancora vittima di violenze e soprusi. La ricchezza interiore e intellettuale sono la sua forza. La sua filosofia di vita, una conquista quotidiana. Una esistenza improntata alla non-violenza, al rifiuto di ogni forma di provocazione, di odio; una vita alla ricerca ostinata del dialogo e della comprensione fraterna anche di fronte agli arresti, alle costrizioni, al diniego di avere notizie dei familiari, anche davanti agli attacchi perpetrarti dai soldati in assetto di guerra alla sua religione, ai monaci buddisti con le toghe arancioni e le mani giunte. Alla guerra, Aung San Suu Kyi risponde amore. Non per sé, ma per un ideale più grande, per il suo Paese nel quale invece la vorrebbero costringere al silenzio. Un silenzio che pesa di tutti gli interessi politici di una giunta militare dalla quale lei si aspetta di ricevere ancora un fermo, un veto alla libertà di azione. Ma questo non basta ad arrenderla, a farle pronunciare la resa: Aung raccoglie le sue energie per una meta più importante, le elezioni del 2010 che si auspicano nel segno della trasparenza e della democrazia. E lotta, strenuamente, per la sorte della popolazione karen nel sud-est del Paese oggi la più sofferente. Nelle sue parole, nei suoi pensieri il sogno di pace per una intera nazione, la fede di un cambiamento.
Francesca Morelli





